Una memoria e un’esposizione da non perdere

Fausto Asperti, figura storica di Bergamo e da tutti conosciuto come Foto Express, si è spento nel 2001 a 76 anni. In oltre 50 anni di attività ha documentato migliaia di eventi con l’amore profondo che lo legava alla città e ai suoi abitanti. Ha fotografato la Bergamo del dopoguerra e la sua crescita.
Collaboratore dal 1957 al 1998 de L’eco di Bergamo, era una figura familiare discreta, che si incontrava ad ogni cerimonia, manifestazione o avvenimento pubblico. Il frutto di questo lavoro sono gli oltre 400 mila negativi, eccezionale archivio di eventi di ogni genere che valorizzano, come testimonianza visiva, un pezzo importante di storia della nostra città.
Fu Mauro Gelfi, il direttore del Museo Storico di Bergamo scomparso nel 2010, a rendersi conto dell’importanza dell’archivio di Fausto Asperti. Non poté prendere visione dell’enorme quantità di materiale ma ritenne fosse necessario tutelarlo al più presto perché rischiava, se non la dispersione, il deterioramento poiché gli eredi non potevano assicurare un’adeguata, e molto impegnativa, conservazione. Incominciò così a formulare progetti per far sì che tutte quelle immagini entrassero a far parte nel patrimonio cittadino. Il sogno di Gelfi divenne realtà nel 2012 quando il sindaco Franco Tentorio annunciò che i 400 mila negativi, frutto di mezzo secolo di attività, sarebbero stati depositati nell’ex monastero di San Francesco in Città Alta, sede del Museo.
Ciò fu reso possibile grazie alla sensibilità della famiglia Sestini che acquisì l’archivio alla sua Fondazione aggiungendola alla non meno importante raccolta di immagini del fotografo Domenico Lucchetti.

Fausto Asperti nel 1966 e il 1967, in occasione del 150° anniversario della morte di Giacomo Quarenghi (1744 -1817), fece due viaggi in Russia per documentare l’attività artistica del nostro grande architetto. A cinquant’anni di distanza, Fondazione Bergamo nella Storia ripropone quegli scatti, conservati nell’Archivio fotografico Sestini. ponendo l’accento sulla percezione poetica del fotografo: nella mostra le immagini delle solenni e celebri architetture quarenghiane si alternano a quelle della Russia degli anni Sessanta, con i suoi anonimi protagonisti colti nei gesti del quotidiano. Lo sguardo di Asperti offre la prospettiva di un Quarenghi in movimento tra il Settecento e la modernità.

Pellicola… e la fotografia analogica vive

Lentamente, ma sempre più frequentemente, anche la stampa non specializzata prende nota e riporta con vari titoli nei propri articoli l’esistenza di quella insostituibile realtà che è la nostra, cara fotografia analogica.

 

Lo hanno ben capito le ditte produttrici di pellicole che continuano a produrne vari e sempre nuovi tipi. Per tutti gli appassionati, estratto dall’almanacco di Fotografare – Estate 2017, riportiamo perciò di seguito tutti i tipi di pellicola disponibili in commercio e che si possono acquistare nei migliori negozi di articoli fotografici.

Conclusa la mostra “Fotografi della Luce”

Si è appena conclusa la breve e bella mostra “Fotografi della Luce” del Foto Club Bergamo, presso la gipsoteca dello scultore Pierantonio Volpini.
Un po’di belle fotografie analogiche in bianco e nero e a colori, che vanno da Bergamo e le sue Muraine, giusto per non dimenticarle, visto l’attuale trionfo delle Mura Venete, ai luminosissimi ghiacciai perenni presi da insolite prospettive; dalle lande solari del Marocco con bei ritratti di viaggio dal vago sapore antropologico, fino alla più originale, per taglio e scelta dei soggetti, ritrattistica in studio.
Belle fotografie scattate, curate e stampate dagli stessi autori. Autori appassionati che lavorano nell’anonimato e nella lodevole padronanza della tecnica fotografica tradizionale, dove il sapiente equilibrio del disegnare con la luce e stampare in camera oscura sono l’opera fondamentale.
Una mostra gradita a un pubblico numeroso e accorto, che ha lasciato il proprio segno di entusiastico apprezzamento sul Registro d’Onore del sodalizio.
Non una mostra per tutti, certamente perché ubicata nel piccolo laboratorio, nella mirabile via Donizetti, che per fortuna sfugge al turista forzato, incolonnato sulla Corsarola… Ahinoi, mai nome suonò ironicamente più azzeccato per i visitatori di corsa nel più bulimico “mordi e fuggi” in Città Alta..
Una manifestazione aliena al praticante delle cosiddette grandi mostre-evento, nei contenitori più risonanti della città, appannaggio di autori celebri sempre in odore di santità, sempre testimoni della cultura che conta, dove il vernissage e una visita ossequiosa diventano una liturgia condizionata.
Questa del FCB nella sua schietta artigianalità e ammirevole concretezza, riflette in pieno l’animo dell’autore e del luogo in cui si manifesta.
Infatti se non siete mai stati nel laboratorio dell’amico Pierantonio Volpini vi suggeriamo di riparare subito, perché vi perdete un luogo magico dove avete la possibilità di percepire l’arte nel suo significato primigenio: espressione dell’artista in quanto forgiatore della propria opera, lontano dalla moderna contrapposizione tra artista e artigiano, all’era dove “l’artifex” era l’ispirato, l’artefice, il maestro, ad un tempo solo. Non è un caso che nella sala espositiva che pare una grotta che richiama la caverna generatrice di divinità, dove oggi nascono le opere dalle mani e dalla mente dello scultore, abbiano fatto degna mostra le fotografie esposte, capolavori tra il bianco della luce e il nero della camera/grotta oscura. La fotografia analogica espressione artistica che nella dualità indissolubile luce e oscurità, con gli elementi che riconducono a una chimica dalle nobili origini, in quest’occasione ha ritrovato il luogo giusto e il genio per un promettente ritorno alle radici dell’arte.

Le interviste del Fotoclub Bergamo – I nostri soci

Il tuo nome
Il mio nome di battesimo è Serena, ma le persone mi conoscono maggiormente con il mio nome d’arte che è “Bergaggina”. Esso deriva dal fatto che sono sì originaria della città di Viareggio, la patria di uno dei carnevali più famosi del mondo, ma vivendo a Bergamo, mi sento per molti aspetti anche un po’ bergamasca.
Quando ti è nata la passione per la fotografia?
La passione per la fotografia è nata all’età di tredici anni, quando la mia professoressa di italiano, dette a noi alunni l’arduo compito di descrivere come la pubblicità era stata presentata in alcuni cartelloni posti nelle varie zone della mia città, corredando la relazione con un apparato fotografico.
Quando fotografi prediligi temi, ambienti, particolari?
Essendo una storica dell’arte, i miei temi prediletti sono, ovviamente, tutti quelli che riguardano l’arte e l’archeologia, ma non mi limito ad essi. Infatti, altri due temi che adoro sono gli antichi mestieri ed i paesaggi.
In due battute, perché “analogico” oggi:
Perché “analogico” è sinonimo di “concretezza” in un mondo fotografico e non, sempre più virtuale.
“Frequenti” la Camera Oscura?
Qualche volta.
Le tue pellicole preferite?
Le Kodak, sia in bianco e nero che a colori.
Stima quanti fotogrammi hai archiviato negli anni.
Non saprei quantificare con un numero preciso tutto ciò che ho fotografato negli anni, ma sono una decina di scatoloni pieni di negativi.
Esegui anche la scansione digitale dei tuoi negativi?
Mai e poi mai. Infatti, a mio parere, una foto che nasce a pellicola deve assolutamente rimanere tale, nel rispetto di quel laborioso procedimento artistico e tecnico che parte dallo scatto ed arriva fino allo stampaggio. Sono talmente fedele a tali idee, che non partecipo mai con fotografie analogiche a quei concorsi dove obbligatoriamente bisogna inviarle tramite e-mail. L’unico caso in cui cedo le mie fotografie analogiche alla digitalizzazione, consiste nella loro pubblicazione sul sito internet del Fotoclub Bergamo al quale io sono iscritta.
L’obiettivo che preferisci o che usi di più:
Dipende dal soggetto e dalle situazioni ambientali, utilizzando dal grandangolo al teleobiettivo.
La macchina che ami in particolare e perché:
Una Olympus X A3 per la sua praticità.
I tuoi autori preferiti e perché:
La mia autrice preferita è Vivian Maier (1926-2009) perché ha avuto il coraggio di rappresentare in ogni aspetto la società americana del suo tempo, tanto che in molti scatti amava autofotografarsi.
… e invece, qualcuno o qualcosa che non ami e perchè:
Non amo né le copione né i copioni, ovvero tutte e tutti coloro che plagiano le idee altrui, perché queste persone denotano la loro mancanza di creatività e di furbizia.
Fai anche foto digitali o consulti sulla rete siti dedicati alla fotografia?
Certamente. Per me la fotografia non è unicamente quella analogica, anche se la considero quella “vera”, ma mi diletto anche con la macchina digitale. Su internet consulto poco i siti dedicati alla fotografia.
In due parole perché sì o perché no:
Perché preferisco le riviste.
Da quanto tempo fai parte del nostro sodalizio?
Dal 24 novembre 2014.
Cosa ti spinge a frequentare oggi un circolo fotografico nell’epoca di internet?
Per continuare a condividere la mia passione con altri amatori ed amatrici, avendo un contatto umano.
Un pensiero, un motto, una tua considerazione finale:
L’arte vivifica il cuore ed il cervello.

Art2Night e “Fotografi della Luce”

Anche il nostro Fotoclub, inaugurando la propria mostra in corrispondenza della grande organizzazione della “Notte dell’Arte” di Bergamo (che prevedeva ben 50 manifestazioni contemporanee) ha dato il proprio contributo al successo complessivo dell’iniziativa. Con nostra grande soddisfazione, hanno partecipato all’evento anche il Delegato Fiaf Provinciale, Cristian Gelpi, e il Delegato Regionale, Silvano Peroni, dai quali registriamo estremamente positivi commenti e che sono qui ritratti con il Presidente del Fotoclub, Ivano Mologni, la neo-eletta Miss Fotoclub 2017, Alice, e l’artista ospitante, Pierantonio Volpini.

Gli antichi mestieri

La nostra raccolta di immagini, aventi come oggetto gli antichi mestieri, supera ormai abbondantemente le cento unità, di cui oltre sessanta pubblicate sullo storico periodico del Ducato di Piazza Pontida, il “Giopì”.
Immagini di uomini e donne impegnati come lo erano i nostri “vecchi” che, con pochi mezzi e poca tecnologia a disposizione, dovevano comunque tirare avanti, con fatica e pazienza, una famiglia. Immagini di una umanità e di una cultura popolare del lavoro che ci appartiene, che è la nostra Storia, e che ci ricordano costantemente da dove proveniamo e il rispetto dovuto a coloro che la nostra Società e il nostro benessere hanno saputo costruire.
Una raccolta fotografica che prosegue incessantemente e che meriterà certamente in futuro una degna pubblicazione.

Effetti “speciali”: solarizzazione e pseudo-solarizzazione

E’ opportuno precisare innanzitutto le definizioni:

– la “solarizzazione” propriamente detta, descritta per la prima volta da Daguerre nel 1831, è l’effetto ottenuto da un’esasperata sovra-esposizione (almeno mille volte quella corretta) della pellicola in fase di ripresa, praticamente impossibile da ottenere con le normali pellicole attuali.

– la “pseudo-solarizzazione” o “effetto Sabattier”, perché descritta per la prima volta da Armand Sabattier nel 1862, è invece l’effetto ottenuto in camera oscura tramite opportuna esposizione della pellicola o carta durante la fase di sviluppo per una reazione chimica dell’argento che si trova.  Quando oggi si parla di “solarizzazione” ci si riferisce invece normalmente a un’immagine ottenuta con ”effetto Sabattier”.

Ecco un esempio di procedimento per una stampa b/n “pseudo-solarizzata” partendo da un normale negativo: – si sceglie una carta sensibile leggermente più dura di quella che si usa normalmente; – si espone la stampa per circa due terzi del tempo normale; – si sviluppa per due terzi del tempo regolare di sviluppo (rivelatore fresco e un po’ più concentrato); – si lava la stampa per 10 sec. e poi si asciuga, tamponando con una spugna pulita; – si espone la stampa a luce bianca (15 watt) per 1 sec. circa a 1 metro; – si completa lo sviluppo ottenendo la “pseudo-solarizzazione” (senza muovere la carta mentre fra le zone di diversa densità compare una sottile linea grigia, detta linea di Mackie); – si effettua rapidamente un efficace fissaggio.
La “linea di Mackie” si forma per la maggiore concentrazione di ioni di bromuro lungo la linea che separa una zona sviluppata da una che si sta sviluppando: il bromuro ritarda lo sviluppo lungo questa separazione formando una linea più o meno chiara che manca del tutto nella vera solarizzazione
L’effetto ottenuto come sopra descritto non garantisce però la sua perfetta ripetibilità sulle stampe successive perciò, se si vuole avere la possibilità di replicare la stessa stampa in più copie identiche, bisogna creare un duplicato “pseudo-solarizzato” del negativo sviluppato normalmente e meglio se su lastra di grande formato da sviluppare in bacinella e con pellicola ortocromatica in modo da poter controllare l’effetto in luce rossa.
Utilizzando i duplicati è perciò possibile partire da qualsiasi negativo o diapositiva del proprio archivio. Si potrebbe anche  “pseudo-solarizzare” al buio una pellicola in fase di primo sviluppo, ma il rischio di non ottenere un risultato soddisfacente e quindi dover ripetere la ripresa, è alquanto elevato e quindi sconsigliato.
Si possono ottenere risultati diversi a seconda che si usino pellicole o carte fotografiche normali o ad alto contrasto, ma particolarmente importante è saper scegliere prima di tutto delle immagini adeguate e un negativo (o diapositiva) di partenza che abbia i particolari chiari e nitidi.
La “pseudo-solarizzazione” è particolarmente efficace, e oggi principalmente usata, su immagini in b/n, ma è anche molto suggestiva utilizzando le pellicole a colori con le quali si produce un effetto simile a quello di posterizzazione (con colori diversi da quelli originali e sempre molto saturi) e inoltre, utilizzando luce colorata per la nuova esposizione alla luce della pellicola sviluppata solo parzialmente, le combinazioni e gli effetti ottenibili sono veramente infiniti
L’”effetto Sabattier” fu sfruttato con successo come tecnica fotografica, per la prima volta in modo sistematico, da Man Ray, il grande protagonista dell’arte di avanguardia del primo Novecento.

Rapsodia Carnevalesca

Rapsodia Carnevalesca: Il tema è un classico, conosciuto e amato da tutti.
E’ difficile, infatti, sottrarsi a quell’atmosfera di fantasia e arte, in una dimensione immaginaria, onirica e burlesca che il rito del carnevale emana con forza, nonostante il “logorio della vita moderna” e la monotonia di ogni nostro gesto quotidiano.
Il carnevale in fondo, ci da’ la possibilità di ritornare tutti un po’ bambini, alla nostra età dell’oro, all’era mitica dove tutto è possibile come sentirsi un Re o una Regina, una dama o un cavaliere, oppure un eroe invincibile ma anche un satiro, un burlone e così via..
Eccovi quindi una piccola selezione di alcune immagini scattate dai nostri soci sempre presenti che abbiamo potuto vedere al nostro Fotoclub, in una divertentissima serata dedicata al “Carnevale tra Bergamo e Venezia” e alla tradizionale sfilata di mezza Quaresima.

Oliviero Gotti

Riccardo Mottola

Tiziano Nava

Ivan Mologni

Complimenti ai nostri Tiziano, Ivan, Riccardo e Oliviero.

Le foto di Mario Giacomelli esposte ad Astino

Mario Giacomelli (Senigallia, 1/8/1925 – 25/11/2000) inizia a lavorare come tipografo ma, quando nel 1953 acquista una Bencini Comet S scatta in lui la passione per la fotografia e inizia a fotografare parenti, colleghi e amici. Frequenta uno studio fotografico, si addentra nella tecnica fotografica e, nel 1955, vince il Concorso Nazionale di Castelfranco Veneto. Produce alcune serie dallo stile di reportage come Lourdes (1957), Scanno (1957/59), Puglia (1958), Zingari (1958), Loreto (1959), Un uomo, una donna, un amore (1960/61), Mattatoio (1960), Pretini (1961/63), La buona terra (1964/66). Iniziano le prime pubblicazioni sulle riviste specializzate di Fotografia e i riconoscimenti da parte di critici d’arte fino ad arrivare, nel ‘64, ad esporre al MOMA di New York, che acquisirà poi diverse sue immagini, nella mostra The Photographer’s Eye. Nel ’78 partecipa alla Biennale di Venezia con Paesaggi. Nel 1980 esce un primo libro su di lui a cura di Arturo Carlo Quintavalle, che acquisisce buona parte di sue opere per il centro CSAC di Parma, mentre si susseguono le esposizioni delle sue opere in tutto il mondo. Dà poi alla luce le serie Il teatro della neve (1984/86) e Ho la testa piena mamma (1985/87).
Nel 1983/87 crea Il mare dei miei racconti e, con immagini degli anni ’70/90, crea la serie Le mie Marche. Negli anni ’90 produce le serie Vita del pittore Bastari (1991/92), Poesie in cerca d’autore, Bando (1997/99), 31 Dicembre (1997). Mario Giacomelli muore il 25 novembre del 2000 mentre stava lavorando alle serie Questo ricordo lo vorrei raccontare (1999/2000) e La domenica Prima (2000).

Andy Wharol a Bergamo!

Andy Warhol, di cui alcune opere e oggetti personali sono in mostra alla Gamec dal 6 maggio al 30 luglio, è oggi ritenuto da molti l’artista postmoderno più importante del mondo; noi ricordiamo però che le sue opere fondamentali sono state rese possibili dalla fotografia e che gli deve essere riconosciuto il merito come grande sperimentatore di aver ottenuto grandi risultati artistici partendo da estremamente semplici immagini fotografiche.
Andy ha affrontato diverse forme espressive: dalla serigrafia al cinema, dalla pittura alla scultura ma quasi sempre ha usato la fotografia come un punto di partenza. La fotografia di Andy Warhol non sempre è stata apprezzata come forma d’arte in sé; certo, spesso ha usato una fotografia per poi finire con un’altra opera d’arte (una serigrafia, per esempio), ma ci sono parecchie sue fotografie che invitano ad un esame più attento.
L’interesse di Andy Warhol per la fotografia è scattato molto presto quando ha ricevuto in dono la sua prima macchina fotografica all’età di nove anni. Nel 1960, mentre lavorava come grafico a New York, Warhol ha assistito, in prima persona, alla crescente popolarità della fotografia tanto che nel suo diario scrisse: “Io non credo nell’arte, credo nella fotografia”. La fotografia fu quindi sempre una parte fondamentale della sua vita, benché nei suoi primi tempi di lavoro come illustratore la vedesse come un mezzo e non un fine.
Nel 1962, Andy Warhol acquistò la sua prima macchina fotografica Polaroid che utilizzò, in un primo momento, per molti studi anatomici, poi rapidamente abbandonati. Nel 1970 comprò una Polaroid Big Shot: lo strumento ideale per Andy: fotocamera a fuoco fisso, con flash, progettato per riprese ravvicinate. L’attenzione doveva essere tutta solo per il soggetto.
C’è un interessante paradosso legato alle polaroid di Warhol: le sue serigrafie potrebbero essere riprodotte, potenzialmente, a volontà, sfidando il concetto di unicità del pezzo artistico, ma, ironia della sorte, le polaroid sono diventate preziose proprio perché, mancando di negativo, sono “uniche”. Sono immagini indipendenti le cui caratteristiche (dimensioni, struttura, luminosità, colore) sono un distintivo come quelle di un quadro: una serie di polaroid di Warhol sono un tesoro unico come un Van Gogh!
Il lavoro di Warhol ci presenta un altro paradosso: l’artista diventa il “sacralizzatore” del banale come le scatole di detersivo o di zuppa e poi mette invece a disposizione del pubblico delle immagini di semidei trasportandoli dallo schermo d’argento in piccole immagini polaroid.
Nel 1976 Andy acquistò poi una 35mm, la Minox 35LE. Era una svolta importante: la fotografia cessava per lui di essere solo un accessorio e diventava un sistema di espressione autonoma e indispensabile. Poi Warhol utilizzò anche una fotocamera Chinon 35F-MA (con flash incorporato) e anche una Konica C35EF.
E’ stato detto che le fotografie di Andy Warhol vagano tra l’album di famiglia e le foto dei paparazzi, ma sono vere icone della condizione umana. E’ importante notare la scelta di Warhol, oltre che del 35mm, del bianco e nero per l’interpretazione estetica; questo è molto interessante, perché ciò avveniva in un momento in cui il colore dilagava prepotentemente.
Warhol era un fotografo ossessivo. Si stima che l’artista abbia fatto più di 100.000 fotografie tra il 1977 e il 1987 (di cui molte con la sua Polaroid SX70 tenuta da Polaroid in produzione proprio per Warhol) e molte di queste restano ancora da classificare. Tuttavia, uno dei più importanti lasciti di Warhol è di aver contribuito ad aprire un percorso, insieme a grandi come William Eggleston, Nan Goldin o di Stephen Shore, destinato a portare la fotografia a essere considerata una forma d’arte degna di apparire nelle gallerie, nelle case d’asta e nel grande mondo dell’Arte.

Puoi leggere di più nell’articolo allegato.

Le interviste del Fotoclub Bergamo – I nostri soci

Il tuo nome: Tiziano Nava
Quando ti è nata la passione per la fotografia?
Ho iniziato con mio padre ma la passione vera e propria l’ho avuta quando sono andato ad aiutare un amico fotografo nel paese vicino.
Quando fotografi, prediligi temi, ambienti, particolari?
Amo fotografare i particolari anche nei paesaggi; fotografo volentieri persone sia in posa che in strada, mi piace sperimentare.
In due battute, perché “analogico” oggi:
Sviluppare le pellicole e stampare fotografie è un’esperienza che mi rende partecipe a tutte le fasi, della ricerca del soggetto alla visione del lavoro finito; è molto gratificante per me.
“Frequenti” la camera oscura?
Ho una camera oscura e quando posso ci vado volentieri.
Le tue pellicole preferite?
Uso in maggioranza pellicole ILFORD. Ma quando le trovo uso anche ROLLEI.
Stima quanti fotogrammi hai archiviato negli anni
Solo in bianco e nero circa 400 fotogrammi mentre a colori tra diapositive e fotografie circa 1000 negativi.
Esegui anche la scansione digitale dei tuoi negativi?
Solo per il colore essendo obbligato.
L’obiettivo che preferisci o che usi di più
Di solito uso il 50 mm e in alternativa il 28 mm; quando uso NIKON ho il 28-135 mm.
La macchina che ami in particolare e perché:
La NIKON è quella che uso con più frequenza ma uso anche altre macchine come la ZENIT oppure la YASHlCA 124 MAT BIOTIICA per il formato 6×6. Sono le macchine che ho in dotazione in questo momento.
I tuoi autori preferiti e perché
Ho sempre amato la fotografia di Hamilton per l’uso dell’effetto flou che mi intriga molto e Hansel Adams.
… e invece, qualcuno o qualcosa che non ami?
Penso che ogni grande fotografo abbia nel suo archivio fotografie ottime e fotografie normali che non si possono considerare dei capolavori.
Fai anche foto digitali o consulti sulla rete siti dedicati alla fotografia?
Sì, nei viaggi.
In due parole perché sì o perché no
Quando viaggio per questione di poco tempo a disposizione e anche per contenere i costi ma ci tengo a dire che ho sempre con me la mia macchina analogica per il bianco e nero.
Da quanto tempo fai parte del nostro sodalizio?
E’ dal 2010 che faccio parte del Club e ne sono fiero. Ho imparato molto stando con i soci e ancora oggi traggo da loro ispirazione per nuove esperienze e vorrei che fossimo di più; siamo pochi ma ottimi.
Cosa ti spinge a frequentare oggi un circolo fotografico nell’epoca di internet?
Fotografare oggi con pellicola può sembrare antico/vetusto ma penso che sia come la musica classica scritta molto tempo fa ma sempre attualissima e si presta ad interpretazioni sempre nuove e innovative.
Grazie mille ……… e … tanti scatti!!!

Un libro “diverso” di storia della Fotografia

Questa è una storia diversa delle immagini “prese” e fatte a macchina. Narrata e illustrata fuori del mito, tratta della fotografia in “negativo” ma anche in” positivo” per i costumi, di cui documenta curiosi aspetti, fasti e nefasti, evoluzioni e involuzioni. Affinché apparisse sempre più miracoloso, con il trascorrere degli anni il mezzo fotografico è stato assurdamente sradicato dalla storia di tutti i mezzi della rappresentazione visiva che lo hanno preceduto, e da cui deriva, ereditandone i materiali grafici, i segni, i temi e soprattutto il significato e lo scopo. In questo libro si restituiscono alla fotografia le sue vere radici, attraverso la storia della xilografia e della foto-xilografia, della calcografia e della fotocalcografia, della litografia e della fotolitografia, alla fine tutte riassunte nella super-matrice dell’industria fotomeccanica.
La seconda parte è un dizionario, un inventario e una bibliografia. Nel primo sono raccolti i termini fotografici (circa 500) usciti dall’uso non perché siano invecchiate le cose che indicano – materiali e procedimenti – ma perché sono stati soppiantati dalla uniforme, debilitante semplificazione del mezzo industriale.

CONTAX S2, la fotocamera “purista”

La Contax S2 è stata originariamente introdotta nell’ottobre 1992 per commemorare il 60 ° anniversario della produzione Contax. Si tratta di una 35 millimetri reflex con messa a fuoco manuale, completamente meccanica (utilizza le batterie solo per alimentare il misuratore di luce) e monta piastre, superiore e inferiore, al titanio. Come tutte le reflex Contax con messa a fuoco manuale, la S2 utilizza il sistema Contax / Yashica a baionetta per il montaggio degli obbiettivi Carl Zeiss T *. La fotocamera è stata intesa come un modello “purista” per essere utilizzata cioè da clienti che sono già esperti fotografi. Infatti il misuratore di luce è stato progettato come un esposimetro spot, insolito tra le fotocamere da 35 mm, senza opzioni di ponderazioni o misurazione Matrix e questo richiede necessariamente alcune conoscenze e competenze da parte del proprietario per ottenere esposizioni accurate.
Semplice macchina fotografica con otturatore meccanico, l’S2 ha come caratteristica i tempi di posa fino a 1/4.000 sec. e sincronizzazione del flash a 1/250 sec.
In risposta alle richieste dei clienti per un S2 con misuratore di luce più versatile, la Contax ha prodotto anche l’ S2b nel 1994, praticamente identica alla S2 con l’eccezione di una finitura esterna e un misuratore di luce a ponderazione centrale per fornire una esposizione più accurata in una gamma media di condizioni di illuminazione.
La produzione di entrambe le macchine è terminata nel 2000.

Effetti “speciali”: il Viraggio

Aver pubblicato recentemente delle foto storiche, riporta alla mente un particolare effetto presente su di esse.
Il viraggio è un procedimento chimico che conferisce alla stampa fotografica una particolare tonalità, grazie a bagni appositi; il viraggio, molto usato fino all’inizio del ‘900, aveva originariamente la sola funzione di garantire una migliore conservazione e stabilità nel tempo all’immagine stampata.
Il principio di funzionamento del viraggio è molto semplice: l’argento contenuto nella stampa, non essendo un metallo nobile, tende ad alterarsi per la presenza nell’atmosfera di idrogeno solfato, trasformandosi in solfuro d’argento (di colore scuro); come un qualsiasi oggetto di argento lasciato all’aria aperta, che nel giro anche di poco tempo, diventa sporco con zone marroncine, anche sulle fotografie, per quanto siano stampate correttamente, nel tempo si creeranno delle macchie, in particolare nelle parti più chiare delle foto. Un tipo di viraggio realizza anticipatamente quella reazione chimica di trasformazione dell’argento in solfuro d’argento sull’intera fotografia evitando che il tempo effettui la reazione chimica solo su alcune parti della stessa.
Il procedimento del viraggio fu usato anche in cinematografia ai tempi del muto ma la tecnica venne abbandonata alla fine degli anni venti poiché pregiudicava la resa del sonoro.
Il viraggio è oggi usato in particolare per ottenere particolari effetti estetici. Il più diffuso e noto è il viraggio seppia, usato per dare all’immagine un sapore “d’epoca”, ma esistono vari tipi di viraggi dipendenti dalle sostanze usate: viraggio al selenio e all’oro (tra i più diffusi nella fine-art), ai ferrocianuri (cadmio, cobalto, ferro, nichel, rame, titanio, uranile), e al platino.
Il viraggio può essere compiuto alla luce diurna con qualsiasi stampa in b/n che sia stata ben trattata e lavata perché, sia che si parli di viraggio di intonazione che di conservazione, vi è, comunque, sempre la necessità che la stampa di partenza sia fissata e lavata a regola d’arte.
Il normale procedimento consiste in due bagni successivi: prima lo “sbianca”, che prepara al bagno successivo (è simile all’indebolitore di Farmer, ma molto più concentrato) e poi la “solfurazione”, con cui lo zolfo si fissa all’argento metallico, dando un’intonazione bruno-marroncina.
I metodi variano a seconda dei corredi. Si può consigliare per esempio il corredo Ornano, composto da due buste:
– la busta n.1 contiene il composto chimico da diluire in un rapporto 1-35, 1-40 che serve per schiarire l’immagine nel primo bagno (“sbianca”). Normalmente si utilizza del ferrocianuro di potassio (10 gr/per litro) unito a del bromuro di potassio (25gr/per litro). La soluzione potrebbe essere usata più volte poiché non subisce un vero processo di invecchiamento.
– la busta n.2 contiene il composto chimico da diluire in un rapporto 1-10/1-15 di solfuro di sodio (1 litro di acqua, 10-15gr di solfuro di sodio) che serve per variare l’intonazione (che può essere seppia, blu, rossa, verde o arancio).
La stampa prenderà l’intonazione scelta immergendola sbiancata nel bagno di viraggio fino all’intonazione desiderata. Variando le diluizioni, sia nello “sbianca” che nella “solfurazione”, si può modificare la profondità del viraggio: una diluizione maggiore dello sbianca permetterà di sbiancare “di meno” la stampa iniziale facendo in modo che il secondo bagno agisca, producendo l’effetto seppia, solo sui colori più tenui senza modificare quelli più scuri; quando la colorazione è molto lieve si parlerà più propriamente di “variazione di intonazione” anziché “viraggio”.
Esiste la possibilità di preparare un terzo bagno, un anti-sbianca, detto anche riducente, il cui scopo è di contrastare lo sbianca, nel caso questo risultasse eccessivo. La sua preparazione è semplice: serve la soluzione di sviluppo per carte fotografiche con una diluizione in acqua pari a 1-1 o 1-2.
La fotografia, tolta dal bagno, deve essere poi solo correttamente essiccata.

AVVISTAMENTI ANALOGICI

Carissimi amici, è proprio il caso di dire che la nostra piccola idea di mettere sul blog gli scatti ai turisti con macchina analogica avvistati in città, è ricambiata da tutti con tanta simpatia e tanto entusiasmo che ci lusingano.
La conferma di quanti appassionati e professionisti si dedichino oggi alla pellicola!
E allora, ecco due belle foto di Ivan riprese in Città Alta.
La prima, è un autoscatto in bianco e nero di fronte alla cisterna dell’Ateneo, con una simpatica, giovane coppia straniera dotata di Rolleiflex T.
La seconda è veramente eloquente perché riprende un visitatore, venuto da chissà dove, mentre con perizia si appronta allo scatto con cavalletto, scaletta e due reflex: certamente un ammiratore della fontana del Contarini!
A presto ragazzi, ai prossimi avvistamenti!

Vecchie fotografie ma sempre nuove emozioni.

Nella biblioteca del Fotoclub, quando l’occhio percorre la parte storica, l’attenzione viene attratta da alcuni volumi come quello qui sotto ed è impossibile resistere alla tentazione di prenderlo e sfogliarlo. Riaffiorano nella mente tanti ricordi legati ai nostri “vecchi” e al loro modo di vivere la vita nella nostra città e, per lunghi momenti, grazie alla fotografia di questi nostri grandi predecessori, gli affanni del presente vengono relegati in secondo piano.

Le antiche fotografie sono state intelligentemente suddivise per gruppi:
PERSONAGGI DELL’OTTOCENTO – LE PANORAMICHE – LE MURA E L’ALTA CITTÀ – LA CITTÀ BASSA – LA FIERA – LE PORTE DAZIARIE – LE ROGGE – I TEATRI E GLI SPETTACOLI – I MEZZI DI TRASPORTO – LE GRANDI IMPRESE DI PACE – FATTI ED EVENTI TRAGICI – LE CERIMONIE – IL MONDO DELLA SCUOLA E DEL LAVORO – FOLCLORE E PERSONAGGI CARATTERISTICI – LO SPORT E GLI SVAGHI – IL COSTUME (AMBIENTE E VITA) – I FOTOGRAFI BERGAMASCHI DELL’OTTOCENTO.

Il bravissimo autore ha dovuto effettuare una difficile selezione di tanti archivi bergamaschi.
Qui di seguito alcune belle foto storiche della raccolta di Ivan Mologni.

In corso a Bergamo la 3° edizione della “Fiera dei Mestieri”

Anche questa manifestazione che ha sempre ottenuto a Bergamo una buona presenza di pubblico, non poteva sfuggire all’album di documentazione della città del nostro Fotoclub. Ecco di seguito, in alcuni scatti di Ivan Mologni, i giovani impegnati nelle attività artigianali che li vedrenno impegnati nel prossimo futuro.

Le interviste del Fotoclub Bergamo – I nostri soci

Il tuo nome: Ivan Mologni
Quando ti è nata la passione per la fotografia?
Da quando bambino frequentavo le scuole elementari.
Quando fotografi, prediligi temi, ambienti, particolari?
I miei temi preferiti sono la fotografia di ritratto ambientato in strada e sala posa; il reportage di viaggio e in particolare tutte quelle scene che più mi appartengono vuoi per cultura, educazione o per gusto. In somma, per istinto innato verso una fotografia pensata e ragionata.
In due battute, perché “analogico” oggi:
E’ un tipo di fotografia più meditata, pensata, di composizione. La ritengo professionale, frutto di conoscenza sia teorica che pratica. E’ meno soggetta a immediate e bieche manipolazioni. E’ l’etica della fotografia veritiera “non inventata” o d’effetto a tutti i costi. Direi proprio che permette di essere l’artefice, l’artista che inizia da un negativo all’argento o diapositiva e giunge alla stampa finale in camera oscura. Tutto questo nel rispetto della storia, della tradizione e delle proprie capacità tecniche e artistiche.
“Frequenti” la Camera Oscura?
La camera oscura la adopero anzi la sfrutto, tutte le sacrosante settimane. Mi piace vedere apparire l’immagine latente in bacinella nel chimico rivelatore. E’ veramente bello avere amici appassionati con cui condividere il “miracolo” della fotografia che si rivela alla luce rossa della lampada di sicurezza. Per me è una libidine! Spero sempre che anche altri “veri” fotografi possano provare questo grande piacere!
Le tue pellicole preferite?
Senza dubbio il bianco-nero, che lo ritengo “portatore sano” di fascino e artisticità. Non disdegno comunque il colore. A secondo delle esigenze o negativo o diapositiva. Le diapositive poi sono uno spettacolo nello spettacolo con veri proiettori analogici di qualità.
Stima quanti fotogrammi hai archiviato negli anni:
Circa 350.000. Tutti ben conservati in appositi album in pergamenini, con provini a contatto, numerati e datati per una facile ricerca d’archivio.
Esegui anche la scansione digitale dei tuoi negativi?
Nessun tipo di scansione. Non mi occorre e per me sarebbe comunque già una manipolazione.
L’obiettivo che preferisci o che usi di più:
Senz’altro i grandangolari anche spinti, per essere maggiormente coinvolti nella scena. Dove questo non è possibile uso i teleobiettivi per avvicinare la scena e cogliere i dettagli che potrebbero sfuggire. Meglio gli obiettivi luminosi. Preferisco in ogni occasione di ripresa la luce ambiente.
La macchina che ami in particolare?
Le macchine che preferisco sono le Contax meccaniche e Hasselblad: la 500 CM . Hanno in comune obiettivi soggettivamente determinanti per la qualità che ricerco, in particolare nitidezza, alta qualità cromatica e affidabilità nel loro uso intensivo. Perché è certificata la bontà delle lenti Carl Zeiss a livello mondiale anche con il particolare trattamento antiriflesso siglato T*.
I tuoi autori preferiti e perché:
Gli italiani Pepi Merisio, Mario Dondero, Gianni Berengo Gardin e altri. Gli stranieri Helmut Newton, David Hamilton, Richard Avedon, Henry Cartier Bresson e altri. I miei preferiti per i temi trattati e il tipo di fotografia che molto si avvicina al mio personale gusto e modo di vedere.
..e invece, qualcuno o qualcosa che non ami?
Detesto fermamente chi falsifica la verità di ripresa nella fotografia, spacciandola per vera. Per non parlare della mancanza di professionalità, dell’improvvisazione e della conseguente casualità di un risultato senza la minima autocritica. Un vero schifo.
Perchè?
Per le ragioni già dette; siamo seri e impegnati in quel che facciamo. Sperimentiamo, ricerchiamo, sbrighiamo, ma nella consapevolezza di essere poi in grado di padroneggiare e di saper ripetere queste prove artistiche.
Fai anche foto digitali o consulti sulla rete siti dedicati alla fotografia?
Mai fatto foto digitali. Lo giuro sulla Bibbia!! Consulto, consumandoli i miei libri che tengo nelle mie librerie e visito dal vivo tutte le mostre fotografiche analogiche e anche pittoriche possibili. Voglio vedere e apprezzare con i miei occhi le opere. In queste mostre mi compro i libri e i cataloghi per ricordare al meglio le profonde sensazioni provate osservandole dal vivo.
In due parole perché sì o perché no:
Preferisco camminare invece che correre ovvero: prima penso, compongo e poi scatto.
Da quanto tempo fai parte del nostro sodalizio?
Da sempre: sono il fondatore del Fotoclub Bergamo BFI, nonché il Presidente fino ad oggi. Il nostro club, per scelta, è da sempre e solo analogico: basato sulla pellicola fotografica.
Cosa ti spinge frequentare oggi un circolo fotografico nell’epoca di internet?
Il poter approcciarci in amicizia e con rispetto tra appassionati ed entusiasti di vera fotografia. Confrontarci per crescere reciprocamente stando insieme. E poi, le uscite collettive, il divertimento, il rilassarci. In somma: anche tra una cena o un brindisi tutto quanto fa fotografia vera, bella, reale!
Un pensiero, un motto, una tua considerazione finale:
Qualsiasi azione io compia, il mio pensiero è rivolto al fotografare. Vivere per fotografare e mai fotografare per vivere!*
* P.S. “Viva la vera fotografia non corretta, modificata o inventata al computer”.
Grazie mille ……… e … tanti scatti!!!

AVVISTAMENTI ANALOGICI

Proseguono in città gli “avvistamenti analogici”… dopo le due simpatiche polacche recentemente segnalate (vedi Kasia e Zuzia da Varsavia), ecco già un secondo avvistamento!
Proprio sotto la Torre di Gombito, “tra cardo e decumano”, dove si aggirava un simpatico turista con ben due Hasselblad panoramiche a tracolla.
Si chiama Virgilijus e viene da Vilnius, Lettonia. Nell’istantanea è tra i nostri Silvana e Riccardo, a sua volta con la Rollei.

Virgilijus è un grande professionista che ama scattare anche in pellicola. Qui di seguito il sito del suo studio fotografico a Vilnius: www.sviesosratas.lt …Quanta Storia!
Anche a Virgilijus mandiamo un saluto e l’invito a tornare a Bergamo, tra gli amici del Fotoclubg.
Ai prossimi avvistamenti!!

Le interviste del Fotoclub Bergamo – I nostri soci

Il tuo nome: Oliviero
Quando ti è nata la passione per la fotografia?
Vent’anni fa.
Quando fotografi, prediligi temi, ambienti, particolari?
Mi piacciono il paesaggio naturale e urbano, e i borghi storici estranei al turismo consumistico. Amo anche le istantanee di persone nel loro ambiente e ovviamente il ritratto.
In due battute, perché “analogico” oggi:
Mi appassiona. Apprezzo la peculiarità di fissare l’immagine sulla pellicola. Con la fotografia analogica l’essenza, cioè l’immagine reale, e la sostanza, nella forma della pellicola impressionata, si fondono in un unicum tangibile.
“Frequenti” la Camera Oscura?
Ho l’attrezzatura ma stampo abitualmente al club o dagli amici.
Le tue pellicole preferite?
Ilford 125, Kodak Tri-x 400 e in diapositiva colore, la Provia 100.
Stima quanti fotogrammi hai archiviato negli anni:
Forse diecimila?..
Esegui anche la scansione digitale dei tuoi negativi?
Talvolta se indispensabile. Per esempio quando devo trasferire l’immagine sul Blog del Foto Club.
L’obiettivo che preferisci o che usi di più:
Il Leitz 35 M Summilux. Lo uso un po’ per tutto. Lo trovo semplicemente magico a grande apertura, soprattutto in interni e molto incisivo chiuso di pochi diaframmi.
La macchina che ami in particolare?
La mia Leica M4 nera.
Il motivo?
E’ essenziale, spartana e aristocratica. Quasi invisibile ai più. Come tutte le “M” presa confidenza non te ne separi facilmente.
I tuoi autori preferiti e perché:
Pepi Merisio. Amo le sue immagini della nostra gente a cavallo degli anni ’60 del secolo scorso, che coincidono con i ricordi della mia infanzia. Le considero la poetica testimonianza del crepuscolo della nostra civiltà. Guardando all’oggi, però, sono con i tanti, anonimi, giovani artisti che nella tecnica fotografica tradizionale, hanno colto la novità e la differenza. Esprimono la loro arte autarchicamente, talvolta con risultati strampalati, ma che denotano freschezza, curiosità, coraggio intellettuale. Difendono il proprio talento dall’espropriazione digitale.
…e invece, qualcuno o qualcosa che non ami?
Non amo la cosiddetta fotografia impegnata o genericamente di tema sociale. Non è libera, è strumentale a scenari politici pre-ordinati. Negli ultimi decenni, questa fotografia non è stata solo testimone di cambiamenti sociali più o meno indotti ma, purtroppo infimamente attiva nella corrosione della nostra comunità.
Fai anche foto digitali o consulti sulla rete siti dedicati alla fotografia?
Scatto sporadicamente con il telefonino. In rete mi piace “Thefix Magazine” rivista giovane dedicata alla foto analogica di oggi. Sottolineo di oggi, non del passato!
Da quanto tempo fai parte del nostro sodalizio?
Da sei anni, ma nel ’98 avevo lo frequentato per un corso in camera oscura.
Cosa ti spinge frequentare oggi un circolo fotografico nell’epoca di internet?
Stare con gli amici e insieme divertirsi.
Un pensiero, un motto, una tua considerazione finale:
“La perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili. Se vogliamo l’una bisogna sacrificare l’altro” (Ernst Junger).
Grazie mille ……… e … tanti scatti!!!
Grazie a voi!

Fotoclub Bergamo, marzo 2017.

AVVISTAMENTI ANALOGICI

Con questo “fantastico” titolo, ci piace avviare la nuova rubrica che vogliamo riservare a quelle immagini casuali scattate dai nostri soci, ai tanti visitatori dotati di macchina a pellicola che sempre più spesso capita di incontrare per le vie di Bergamo.
E’ una piccola idea che ci dà la possibilità di costatare simpaticamente la diffusione della fotografia analogica, che sappiano in grande rilancio, ma soprattutto di conoscere tanti amici che da ogni parte del mondo vengono ad ammirare la nostra città e condividono la nostra passione.

Siamo felici di inaugurare con l’istantanea di queste due belle turiste, con Holga 120, scattata dal nostro Oliviero in Città Alta a febbraio.

“E’ con molto piacere che vi presento: Kasia e Zuzia da Varsavia. Le ho conosciute con Silvana la mia compagna, in foto tra loro, mentre si aggiravano in Piazza Vecchia. Avevo subito notato la loro “Holga” e ho chiesto loro ti poterle fotografare. Invito subito raccolto con un bellissimo sorriso, e… magia… siamo diventati subito amici!”.
Kasia è architetto e fotografa Fine Art. Espone le sue opere in Europa e Stati Uniti, con importanti riconoscimenti. Si dedica in particolare al grande formato con l’antica tecnica del collodio e anche al formato 6×6.
Anche Zuzia è giovane fotografa appassionata, oltre che studiosa d’arte, scultrice e modella!
Guardate il loro sito: www.kalua.pl .. Siamo al massimo!
A Kasia e Zuzia il nostro caloroso saluto e l’invito a venirci a trovare al Fotoclub!

Kodak Alaris torna a produrre la famosa pellicola EKTACHROME

kodak-ektachrome ROCHESTER, N.Y. e Las Vegas – 5 Gennaio 2017 – Kodak Alaris ha annunciato al C.E.S. 2017 che tornerà a produrre l’iconica Reversal Film KODAK PROFESSIONAL EKTACHROME a colori per la fotografia professionale e amatoriale. La nuova pellicola EKTACHROME, che supporterà i formati fotocamera 135-36x, sarà disponibile nel quarto trimestre del 2017.

KODAK PROFESSIONAL EKTACHROME, con il suo look distintivo, è stata la scelta per generazioni di fotografi prima che la produzione fosse  interrotta nel 2012. Il film, noto per la sua grana estremamente fine, i colori puliti, grandi toni e contrasti, era diventato un’icona anche per il largo uso di questa pellicola diapositiva da parte del National Geographic Magazine nell’arco di diversi decenni e, ora, la rinascita della popolarità della fotografia analogica ha creato la domanda di vecchi e nuovi prodotti simili.
Le vendite di pellicole fotografiche professionali sono state in costante aumento nel corso degli ultimi anni e con professionisti e appassionati sempre più desiderosi di riscoprire il controllo artistico offerto da processi manuali e la soddisfazione creativa di un prodotto finale fisico…

Leggi l’intero comunicato sul sito della Kodak, cliccando su questo link EKTACHROME

Il 2017 è iniziato benissimo, con questa ottima notizia!

FotoClub Bergamo ai Concorsi Nazionali

Vivissimi complimenti del Fotoclub al nostro Socio Tiziano Nava che, partecipando al concorso nazionale “AnalogicaMente Parma”, ha tenuto alto il nome del Circolo ben figurando e ottenendo la “Segnalazione” come autore (alcune sue immagini qui di seguito).

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In Piazza Pontida, un’occasione unica

Per gli auguri di Natale, il Ducato di Piazza Pontida ha voluto regalare ai Bergamaschi un concerto della “nostra” musica che resterà un “unicum” nella storia: i nostri due grandi, Vava e Bepi, hanno cantato insieme raccogliendo lunghissimi applausi del numeroso pubblico presente, accorso alla manifestazione.

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Foto digitale, troppo forte la tentazione di alterare la realtà

Scatto con ritocco

Da Steve McCurry agli scandali del World Press Photo, nella fotografia ci siamo ormai assuefatti al mondo edulcorato dello “storytelling”?

mccurryPer una volta sono stati gli italiani ad abbattere il mostro sacro. Da circa due mesi il fotografo americano Steve McCurry si sta giocando una carriera ultradecennale e piena di onori perché “pizzicato” nell’ultimo scandalo di fotoritocco che ha investito il mondo della fotografia. Il primo ad accorgersene è stato il fotografo Paolo Viglione, che visitando una mostra di McCurry ha notato che un particolare non quadrava in una foto scattata a Cuba: dalla gamba di un personaggio minuscolo sullo sfondo, appena visibile, spuntava un palo giallo. Si è avvicinato alla fotografia e il trucco è stato chiaro: il palo, che nella foto era vicino all’uomo, probabilmente nell’originale era dietro o davanti a lui, e qualcuno ha usato Photoshop per separare le due figure: la regola numero uno quando si fotografa un soggetto è non fargli uscire un palo da sopra la testa. Peccato che in questo caso il tecnico del laboratorio di McCurry abbia pasticciato lasciando indietro parte della modifica. Tornato dalla mostra, Viglione scrive sul suo blog della scoperta e posta online la foto del particolare incriminato. Leggendo i suoi post successivi si capisce che non aveva la più pallida idea della valanga che stava per generare. Prima centinaia e poi migliaia di appassionati hanno letto il post e hanno notato, anzitutto, che nel particolare della foto cubana il palo non era l’unico elemento che non quadrava. Altre parti della foto, come per esempio i mattoni dei muri, sembravano riprodotti con il “timbro clone”, il famigerato strumento di Photoshop che permette in pratica di spostare oggetti da una parte all’altra dell’immagine ricostruendo digitalmente il buco (quando una foto è photoshoppata, il timbro clone c’è sempre).
“All’inizio queste goffissime lavorazioni in Photoshop riguardavano dettagli microscopici, poi è iniziata tra gli utenti di internet una caccia all’errore da settimana enigmistica, e ha iniziato a saltare fuori ben altro. Moltissime foto sono terribilmente manipolate, con elementi cancellati, cose e persone spostate da una parte all’altra”. In una foto in cui un uomo spinge un carro con sopra alcuni passeggeri sono state eliminate due persone e diversi elementi sullo sfondo sono spariti. In un’altra, alcuni ragazzini sono ritratti mentre inseguono una palla da calcio sotto la pioggia e a uno di essi viene aggiunto un braccio che era rimasto fuori dall’inquadratura originale. Insomma, foto notevolmente ricostruite, che man mano che andava avanti la caccia all’errore diventavano sempre più numerose. Lo scandaluccio blogghettaro si è trasformato in una sensazione prima italiana e poi mondiale.

Leggi l’intero articolo a cura di Eugenio Cau per “il Foglio”