I famosi “provini a contatto” della Magnum

A partire dal 2013 la Magnum sta portando in un tour mondiale la storia e gli scatti dei suoi fotografi attraverso l’esposizione dei provini (contact sheets) del suo storico archivio; un’eccezionale panoramica sul lavoro dei più grandi esponenti dell’arte dello scatto (Seymour, Cartier Bresson, Arnold, Parr, Koudelka, Robert Capa, Elliott Erwitt, Eve Arnold, René Burri, Steve McCurry, Jim Goldberg, Alex Majoli, ecc.) che hanno lavorato su eventi e personaggi che hanno segnato la storia dell’ultimo secolo: Seconda Guerra Mondiale, Primavera di Praga, Conflitto nei Balcani, Guerra in Medio Oriente, Che Guevara, Malcolm X, Margaret Thatcher, M.Luther King, ecc.
provini-esposizioni
La Magnum Photos, una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, è stata fondata a Londra nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e aveva lo scopo di tutelare i suoi “autori”, che rimanevano i detentori dei diritti sui loro scatti, altrimenti incassati dalle riviste per cui lavoravano.
Tra gli scatti mostrati nei vari provini si può così capire come la scelta della foto “giusta” esalti ancora di più il mito del gesto di questi fotografi-autori con la possibilità di esplorarne il genio, svelarne il trucco, carpirne le logiche perché i provini a contatto mostrano al fotografo la panoramica di un intero reportage, allo stato grezzo ma di immediata lettura, che consente di guardare in modo critico all’esito dell’operazione. La bellezza dell’esposizione risiede nella possibilità di ammirare i momenti precedenti e successivi a quello scelto dal fotografo come “decisivo” e in piccole note alcuni artisti motivano la scelta, permettendo ai visitatori di convenire o meno con loro e magari indicare un altro punto fermo nel tempo.
Essere al cospetto di un contact sheet significa entrare metaforicamente nella mente del suo autore. L’accostamento tra le prove fissate sui fogli fotografici e la scelta definitiva dell’istantanea offre allo spettatore la possibilità di scorgere il processo creativo da cui scaturisce l’opera, con le dinamiche e gli espedienti cui ricorre il singolo autore per ritrarre un’epoca, un soggetto, un contesto e offre anche la possibilità di ben comprendere i passi che hanno portato alla realizzazione di alcune delle più famose icone fotografiche di tutti i tempi: il fotografo scatta più volte, sviluppa il proprio supporto, sceglie un’istantanea fra tante, elabora l’immagine con cui vuole comunicare al mondo e alla fine “crea”, facendo nascere l’immagine che percorrerà il mondo e contribuirà a raccontare la storia.
Alcuni titoli e commenti:
– un riferimento per l’esplorazione del processo creativo.
– provini a contatto, come entrare nella mente dei fotografi.
– è un po’ come vedere il backstage di una celebre pièce teatrale, o gli appunti di un romanzo che si rivelerà cult. Dietro molte fotografie diventate celebri e ‘uniche’ ci sono le loro varianti, scartate dall’autore.
– permettono di guardare il “laboratorio” segreto di tanti grandi fotografi, di essere, a nostra volta, dei voyeur.
– il provino a contatto è la testimonianza di un artigiano che lima e perfeziona il suo manufatto. È lo sketchbook di un artista che si avvicina all’opera conclusiva. È il manoscritto di un poeta impegnato in un corpo a corpo con le parole e i loro suoni. È la prova della grandezza e dell’umanità della fotografia che lavora sull’imperfezione, sull’accettazione del rischio, dello stare in bilico tra la scelta e la casualità che così si apre ai doni inaspettati dell’imprevisto.
– se “lo scatto” è al centro della “mitologia” della fotografia e dei fotografi “autori” (gli scatti di Robert Frank con la Leica per le strade americane o quelli “casuali” di Joel Meyerowitz durante le parate cittadine), la visione dei provini sposta l’attenzione sul momento successivo. Se la fotografia è la scienza del “momento”, qui sembra che il momento cruciale sia quello posticipato, rimandato, atteso.
– sui provini si trova anche la traccia della scelta, il segno della scelta: il margine tracciato in rosso e una “X”, è quella la foto. Il gesto fotografico è descritto dunque in tre momenti: gli scatti, l’esame e la scelta, e tutti e tre sono egualmente decisivi. Ma la visibilità della foto, la sua “emersione” – dopo la sua scelta, nell’ultima fase – è l’impulso più misterioso e inquietante. E forse è il vero gesto artistico: quando il fotografo diventa spettatore di stesso e si lascia “toccare” dalla foto.
provini-cartier Un esempio: la Parigi del 1950 è lo sfondo di una celebre fotografia. L’Europa sta cercando faticosamente di uscire dalle miserie della seconda guerra mondiale, scoprendo nuove libertà, e la rivista Life commissiona un servizio fotografico proprio su questo tema. Robert Doisneau è incaricato di percorrere le vie di una città che sta scoprendo il primo benessere, ed ecco il risultato è ottenuto. E’ facile riconoscere in mezzo a questi provini l’immagine destinata a diventare immortale.

Cartier-Bresson, nel 1939, tagliava i suoi negativi e conservava del suo lavoro solo immagini singole e sequenze valutate buone perché sosteneva che una mostra fotografica è come un invito a cena ed è quindi buona norma non mostrare ai commensali i tegami e ancora meno il bidone della spazzatura. A distanza di tempo si capisce che serve anche guardare nella pattumiera, se c’è ancora, come del resto sanno fare i bravi detective per scoprire cose interessanti.
La magia di queste piccole anteprime, ottenute da stampa analogica è unica e ineguagliabile.
Un mito, quello di Cartier – Bresson, che sembrerebbe superato con l’avvento delle nuove tecnologie; il provino a contatto è stato sostituito da software in cui le immagini non lasciano tracce fisiche, ma mai nessuna tecnologia potrà però sostituire l’ebbrezza nella scelta dell’istante in cui “occhio, mente e cuore entrano in allineamento”.
Nei tempi del digitale, mettere al centro di una mostra i provini è un omaggio alla tecnica analogica, non certo come pura operazione nostalgica, ma per far pensare alla modalità complessa e rigorosa che sta dietro le foto ‘riuscite’ e che presuppone un occhio educato non solo al momento dello scatto ma anche nella fase delicata della scelta della foto ‘giusta’ tra molte altre.

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